Dal G7 al vertice NATO: la stagione dei vertici internazionali a un giro di boa

Dal G7 al vertice NATO: la stagione dei vertici internazionali a un giro di boa

Francesco Maria Talò / 28 luglio 2026

Dal G7 al vertice NATO: la stagione dei vertici internazionali a un giro di boa
Calendari, protagonisti e sfide : Il grande intreccio

Commento n. 047 NS/2026

Con l’arrivo di agosto siamo ad un giro di boa nel calendario della politica. In realtà questa è una metafora piuttosto convenzionale perché sulla scena globale un giorno vale l’altro per sconvolgere gli equilibri internazionali. In Italia si dice che con il generale agosto si ferma tutto, ma poi, regolarmente, ci stupiamo perché il mondo va avanti e i malcapitati costretti a rimanere ai posti di lavoro si ritrovano a gestire serie crisi internazionali. La diplomazia internazionale non va in vacanza a Ferragosto. Tre esempi di gravi crisi scoppiate in agosto negli ultimi anni sono la guerra russo-georgiana nel 2008, l'attacco chimico di Ghūṭa in Siria nel 2013 e la caduta di Kabul nel 2021.

Comunque può essere conveniente dedicare qualche riflessione agli ultimi importanti appuntamenti diplomatici, e soprattutto al vertice della Nato che ne è stato il più recente, con uno sguardo verso le riunioni dei prossimi mesi. Nell’eventificio globale si tratta di quelli che vengono definiti vertici perché riuniscono i rappresentanti delle nazioni al livello di capi di Stato e di governo (nei nostri mezzi di informazione invece tale definizione include qualsiasi riunione anche a livello di portineria condominiale e spesso, chissà perché, si adotta inutilmente la parola inglese summit).

Nel calendario degli ultimi impegni spiccano il Vertice G7 tenutosi il 15-17 giugno ad Evian e quello della Nato ospitato il 7-8 luglio ad Ankara. Tra queste due riunioni si è tenuto il 18-19 giugno un Consiglio europeo, che ha un carattere meno straordinario alla luce della frequenza degli incontri tra i leader UE. Una riflessione su questi appuntamenti può essere utile perché riguarda scadenze che, aldilà delle usuali e giustificate lamentele sul multilateralismo in crisi, delineano comunque occasioni di incontro multilaterali che si intrecciano tra loro e nelle quali si conferma la tendenza a sottolineare il ruolo personale dei capi di Stato e di governo. È d’altra parte vero che la girandola di incontri non potrebbe funzionare senza il motore costituito dagli apparati diplomatici.

Il G7 del 15-17 giugno di Evian conferma la trasformazione di questo formato rispetto alle origini che risalgono al 1975. La parentesi del G8, con la Russia, rispecchia la storia degli errori nel rapporto dell’Occidente con Mosca, che è anche testimoniata dalle date nelle quali è racchiusa l’esperienza russa nel club: troppo tardi, nel 1997, abbiamo aperto le porte ad un partner che negli anni Novanta non è stato adeguatamente sostenuto nell’epocale transizione post-sovietica; troppo tardi, nel 2014, ci siamo svegliati dall’illusione di poter coltivare un rapporto costruttivo con la Russia revanscista di Putin.

L’adesione italiana a questa sorta di direttorio globale è stata un’affermazione per una diplomazia che ha sempre sofferto la sindrome della sedia da occupare. Non abbiamo il rango di paese vincitore della seconda guerra mondiale, e quindi non siamo nel club elitario dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (i P5), ma allo stesso tempo il rilevo dell’Italia, a partire dalla sua forza economica, ne giustifica un ruolo di primo piano. Ci troviamo così spesso tra i primi della seconda fila, ma almeno col G7 abbiamo un posto in quello che veniva definito il gruppo dei sette più grandi paesi industrializzati.

Oggi quel nucleo non coincide più con il vertice della gerarchia economica globale. Innanzitutto, è sbagliato parlare di paesi industrializzati per indicare la forza economica di nazioni che adesso consiste in grande misura in servizi e capacità finanziaria. Ma, soprattutto, nuovi attori hanno acquisito un peso maggiore. Cina e India sono decisamente ai vertici dell’economia mondiale e, volendo tener conto delle statistiche a parità di potere d’acquisto, entrano nei vertici globali anche paesi come l’Indonesia.

Tuttavia il G7 resta rilevante, adesso soprattutto in chiave politica: piuttosto che i sette Paesi più ricchi, esso riunisce quelli economicamente avanzati e allo stesso tempo politicamente più affini, distinguendosi da un G20 che riflette meglio gli equilibri economici globali, ma non pretende di avere la stessa coesione politica. Due differenze rispetto ai G7 delle origini appaiono evidenti. La prima è il passaggio da un’agenda prevalentemente economica a una più politica, con l’Ucraina al centro dell’attenzione a Evian. La seconda riguarda la minore efficacia decisionale in senso stretto. I vertici attuali producono meno decisioni vincolanti e più indirizzi comuni; tuttavia, il loro valore risiede nella capacità di costruire sintonia politica e coerenza strategica. I vertici dei primi anni, erano dei veri Consigli d’Amministrazione tra le maggiori economie mondiali nei quali si adottavano decisioni cruciali: come gli Accordi del Louvre del 1987, che stabilizzarono i cambi dopo la svalutazione del dollaro e le iniziative di fine anni Novanta per il rafforzamento dell’architettura finanziaria internazionale dopo le crisi asiatiche. Oggi, invece, poche decisioni, ma molta “atmosfera” politica. E anch’essa conta. Dopo il G7 di Evian, vari leader — tra cui Giorgia Meloni — ne hanno sottolineato il clima e la convergenza come i principali risultati. L’esistenza di una sintonia è già un risultato di rilievo, che testimonia la sussistenza di quello che si può definire l’Occidente politico.

In questo quadro si inserisce il ruolo degli ospiti esterni: essi ampliano la rappresentatività del confronto senza alterare la natura del gruppo. A Evian, come in altri vertici recenti, sono stati coinvolti Brasile, India, Corea del Sud, Egitto, Kenya, Qatar, Ucraina ed Emirati Arabi Uniti, insieme a organizzazioni come le Nazioni Unite e la Banca Mondiale. La loro presenza consente al G7 di dialogare con il Sud globale e con aree strategiche, evitando un allargamento che ne diluirebbe la coesione.

Alla luce di tutto ciò, appare infondato lo scetticismo — talvolta accompagnato da una certa supponenza — con cui il formato viene giudicato. Ma sarebbe altrettanto errato nutrire aspettative eccessive: vertici di questo tipo difficilmente producono svolte repentine. Il loro ruolo è piuttosto quello di costruire percezioni, orientare le opinioni pubbliche e consolidare linee comuni. E nella politica contemporanea, le immagini e le narrazioni che emergono da questi incontri non sono elementi accessori, ma parte integrante della costruzione dei fatti.

Le percezioni dominanti sull’ultimo G7 sono state diverse, ma non divergenti. Da un lato, qualcuno l’ha giudicato leggero come l’acqua di Evian che scorre senza lasciare traccia. Dall’altro, si è magnificata la grande occasione di unità. In effetti, bisogna tener conto delle basse aspettative della vigilia e quindi si può essere soddisfatti, a parte il solito contorno di manifestazioni di cui, pur trovandosi oltre il confine svizzero, ha fatto spese anche la vicina Ginevra (dove anche le sedi delle istituzioni multilaterali come l’OMC hanno chiuso per un paio di giorni).

L’idea prevalente è che questo G7 non sia andato male. Non è stato deciso nulla di eclatante, ma è stata importante la riaffermazione del sostegno all’Ucraina. Inoltre, in questo gruppo, che si distingue in particolare dalla NATO per la partecipazione a pieno titolo del Giappone, sono state confermate due priorità implicitamente riguardanti il rapporto con la Cina: quella di preservare un Indo-Pacifico libero e aperto (e quindi anche il principio della libertà di navigazione) e quella di impegnarsi a sviluppare catene di approvvigionamento affidabili e resilienti, quale cardine essenziale per la sicurezza economica. Si tratta di questioni prioritarie per un’economia come la nostra basata sull’interscambio commerciale e quindi sul funzionamento delle rotte marittime.

Va infine rilevato che a mezzo secolo dalla sua nascita il G7 continua ad essere caratterizzato dall’assenza di una struttura centralizzata. Questo aspetto, unito alle modalità di riunione, volte a costruire un rapporto personale tra i protagonisti attraverso diverse sessioni ristrette, pone al centro dell’attenzione le persone dei leader più che i loro governi. Questo può esacerbare le difficoltà derivanti dai rapporti personali, ma in qualche modo contribuisce a mettere in secondo piano un dato di fatto che invece in un’organizzazione strutturata come la NATO è sempre al centro dell’attenzione: quello del divario tra gli Stati Uniti e gli altri partner del gruppo. Infatti, il PIL nominale degli Stati Uniti è superiore a quello degli altri sei membri del G7 messi insieme. Come nella NATO, anche in questo gruppo il divario è enorme, ma se ne parla di meno. È bene che sia così perché in tal modo si favorisce una maggiore coesione.

Appena concluso il Vertice G7, Meloni, Macron e Merz si sono ritrovati il 18-19 giugno a Bruxelles con gli altri colleghi della UE per il Consiglio Europeo. Queste riunioni si ripetono con una cadenza quasi mensile nei loro diversi formati (ordinarie, straordinarie o informali) e sono quasi parte di una corsa a tappe che si snoda nel corso dell’anno. Esse possono avere un rilievo notevole nella vita dei cittadini in quanto si prendono le principali decisioni sulle politiche europee, ma difficilmente un singolo Consiglio Europeo rappresenta un punto di svolta. Nel giugno scorso i capi di Stato e di governo della UE hanno continuato a discutere su come rafforzare il ruolo politico dell’Europa sull’Ucraina e su temi sottolineati da tempo da parte italiana come la necessità di riequilibrare le politiche economiche comuni in senso pragmatico e meno regolatorio ed il contrasto alle migrazioni illegali, rispetto alle quali, grazie ad un’azione di tenace e graduale pressione, l’Italia è passata da una posizione minoritaria di paese in prima linea a quella elemento catalizzatore di sensibilità comuni.

Arriviamo così al grande appuntamento di inizio estate: il vertice della NATO del 7-8 luglio. Parto subito col giudizio complessivo: il vertice è andato bene e concordo con l’opinione che mi pare maggioritaria tra gli osservatori. La sensazione, viste le dichiarazioni della vigilia da parte del Segretario alla guerra americano Hegseth e dello stesso Trump, è senz’altro quella di scampato pericolo. Non c’è stata l’imbarazzante scena delle pagelle agli alleati che Trump 1.0 dispensò con grande irritazione di Merkel in occasione del vertice di Bruxelles nel 2018.

Il presidente americano, quasi invertendo il modo di dire, ha razzolato meglio di come avesse predicato e ha accolto volentieri il ruolo di artefice magico di amore ed armonia che il padrone di casa Erdogan ed il Segretario Generale Rutte gli hanno attribuito per garantire il successo del vertice. Un successo che chiaramente è anche quello della Turchia, che da anni aspirava ad ospitare nuovamente una riunione al massimo livello dell’Alleanza e che poteva contare sulla personalità forte di un leader evidentemente in sintonia con Trump e dell’oggettiva centralità di grande paese perno tra i due grandi teatri di crisi ai confini della NATO — nella guerra in Ucraina e nei conflitti mediorientali — ed importanti capacità di proiezione in entrambi i quadranti. Riguardo a Rutte, sospenderei il giudizio senza accodarmi, in questo, alla maggioranza dei commentatori che mi sembrano troppo severi. Importante è che intanto sia riuscito a salvaguardare l’organizzazione. Questo è il suo compito e non era scontato riuscirci.

Proviamo adesso ad analizzare brevemente il vertice leggendolo come una sorta di prova del 9, articolata su tre livelli, tre temi e tre sfide.

A) Si distinguono tre livelli:

  1. Quello tecnico, con la minuziosa preparazione del vertice.
  2. Quello personale, dei rapporti tra leader.
  3. Quello politico, degli interessi comuni rispetto ai rapporti tra alleati.

B) Poi si aggiungono tre temi:

  1. Burden sharing, che non è un’invenzione di Trump, ma è antico quanto la NATO.
  2. Burden shifting, che ne è la conseguenza che adesso implica maggiori responsabilità per gli europei.
  3. Decoupling, da evitare se esso dovesse implicare un ritiro eccessivo di truppe dall’Europa.

C) Una NATO unita e rafforzata deve affrontare tre sfide:

  1. Mantenere l’unità di fronte all’aggressione russa in Ucraina.
  2. Mantenere luni rispetto alle grandi sfide globali a partire da quelle nell’Indo-Pacifico.
  3. Sviluppare allora un vero approccio a 360 gradi.

I tre livelli. Le idee, si dice, camminano sulle gambe degli uomini. Anche nelle grandi organizzazioni, nelle grandi democrazie, nelle occasioni più importanti, contano le teste che stanno sopra quelle gambe.

C’è in primo luogo un livello tecnico, che è indispensabile anche perché redige i testi che vengono letti e rimangono agli atti: scripta manent. Ho partecipato a tanti vertici internazionali, li ho preparati negoziando parola per parola i comunicati finali. Il documento adottato ad Ankara è il frutto dell’impegno dei Rappresentanti Permanenti, i diplomatici che rappresentano le nazioni nel Consiglio Atlantico. Questi ambasciatori hanno preparato la dichiarazione finale. Essa ha il pregio della brevità che rende ancora più efficace la nettezza con cui sono sono sottolineati i principali impegni degli alleati. Il dato politico più importante è la chiara conferma dell’articolo 5: la clausola di solidarietà che si può banalmente, ma non erroneamente, riassumere nell’uno per tutti, tutti per uno. La difesa collettiva continua a essere il fondamento dell’architettura atlantica e la sua riaffermazione limita lo spazio per ambiguità che avrebbero potuto indebolire la credibilità della Nato. È stata così segnalata la capacità dei 32 Paesi di far prevalere gli interessi comuni sulle divergenze del momento.

Qui entrano in campo le personalità dei leader, a partire da Trump e Erdogan. È un aspetto che conta, soprattutto se i protagonisti sono debordanti non solo sotto il profilo politico ma anche quello psicologico. Ricordo il vertice NATO di Londra nel dicembre del 2019. Dovevamo celebrare i 70 anni dell’Alleanza, ma poche settimane prima Macron se ne uscì con la celebre intervista nella quale ne decretò la morte cerebrale. Eravamo pronti ad una riunione resa ancora più complicata dagli aspri contrasti tra Francia e Turchia e quindi alla personalità del presidente francese si aggiungeva quella di Erdogan e naturalmente, già allora, il difficile rapporto con Trump che l’anno precedente fu protagonista di un’incredibile requisitoria nei confronti di Merkel e altri leader. Da allora sono passati circa sette anni, la provocazione di Macron ha portato ad un necessario nuovo concetto strategico e la NATO si è dimostrata più necessaria che mai allargandosi. Il livello dei leader è il più visibile, perché passa attraverso i loro incontri, le fotografie, le dichiarazioni e le eventuali polemiche. Le personalità contano e possono facilitare o complicare i rapporti, ma l’analisi del vertice non si può esaurire nelle dinamiche individuali.

Il livello decisivo, è dunque politico. Riguarda gli interessi comuni degli alleati e la loro capacità di farli prevalere sulle differenze. Il lavoro tecnico ha preparato il terreno, i rapporti personali non hanno impedito l’intesa, ma dai leader è emersa la volontà politica di restare uniti davanti alle sfide condivise.

I leader hanno dunque discusso essenzialmente poi tre temi importanti per il futuro dell’Alleanza.

Quello del burden sharing, cioè della condivisione degli oneri. Su questo punto le decisioni importanti erano state adottate al vertice dell’Aja di un anno fa: l’obiettivo del 5% del PIL da destinare a spese per la sicurezza (e, va ricordato, non solo per la difesa in senso stretto) è decennale. L’importante adesso è dimostrare che siamo seriamente impegnati in un percorso. Del resto, si tratta di una questione che Washington, e non solo la Casa Bianca ma anche il Congresso, ha posto da quando alla fine della seconda guerra mondiale siamo stati noi europei e non gIi americani (ricordiamolo!) a voler tenere dentro gli Stati Uniti nel nostro continente: volevamo evitare di ritrovarci soli con i nostri spettri di storiche inimicizie, come accadde dopo la conclusione della precedente grande guerra. Gli americani hanno sempre chiesto ad un Europa che non è più quella distrutta dalla guerra di sobbarcarsi la giusta quota degli oneri necessari per fronteggiare minacce che sono tornate ad essere immanenti. Su questo hanno insistito anche presidenti democratici come Obama e Biden, adesso Trump lo fa in modo molto più ruvido. Si tratta di passare a quella che il Segretario alla Difesa — significativamente ridefinito dall’amministrazione Trump come Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha definito la NATO 3.0. Serve un’Alleanza rinnovata e più forte, dopo quella che ha vinto la guerra fredda con una credibile difesa collettiva e quella che negli ultimi anni, secondo Washington, sembra essersi annacquata ed aver perso la bussola del proprio core business. Sono necessari capacità innovative credibili e suscettibili di proiettarsi in un contesto di sfide globali.

Ma i programmi possono andare avanti soltanto se ci sono risorse. Come ha detto Giorgia Meloni, questo deve rafforzare il pilastro europeo dell’industria della difesa. L’Europa non p limitarsi a firmare gli assegni, ma deve essere anche produttrice, questo il senso delle posizioni del nostro capo del governo: Washington non può pretendere che il nostro maggiore impegno vada semplicemente a beneficio delle imprese americane e questa mi sembra essere una buona ragione per non aderire al PURL, il programma europeo di acquisti di armamenti statunitensi a beneficio dell’Ucraina.

C’è poi il burden shifting, lo spostamento delle responsabilità. Pari dignità significa anche assumersi maggiori responsabilità. L’Europa diventa adulta nella difesa, continuando però a lavorare con gli Stati Uniti. Un esempio del nuovo equilibrio è l’assunzione da parte dell’Italia del comando alleato di Lago Patria (Allied Joint Forces Command), vicino a Napoli, tradizionalmente affidato agli americani.

Il rischio da evitare è il decoupling, la separazione tra gli interessi di sicurezza americani e quelli europei. Gli Stati Uniti potranno ridurre la propria presenza, ma devono restare impegnati in Europa. Questo è del resto nell’interesse di Washington, se vuole continuare ad essere una potenza globale, oltre che nostro. Dobbiamo infatti tenere conto del fatto che una capacità di difesa europea, anche se auspicabilmente rafforzata, non sarà ancora per lungo tempo dotata delle componenti strategiche necessarie per esercitare quella deterrenza che per lunghi decenni ci ha garantito la pace e il benessere, grazie, appunto, alla presenza americana nel nostro continente.

I grandi temi riguardanti il futuro della Nato si intrecciano con le tre sfide operative sulla scena globale che l’Alleanza deve affrontare da subito. La prima sfida riguarda i confini orientali della NATO: l’aggressione russa all’Ucraina. È emerso un sostegno americano sulla produzione dei sistemi di difesa aerea Patriot in Ucraina. A questo si è aggiunto l’impegno a sostenere l’Ucraina per 70 miliardi di euro in equipaggiamento e addestramento militare, sia pure senza meccanismi automatici e facendo affidamento anche sul prestito dell’UE in grado di mobilitare 30 miliardi di euro. Ma Kiev non è solo destinataria di aiuti. Adesso l’Ucraina è portatrice di competenze tecnologiche e operative. Offre indicazioni su come si combatte una guerra moderna. Ciò è dovuto al coraggio e alle capacità degli ucraini, con i loro successi sul terreno. Si potrebbe pensare malignamente che si salta sempre sul carro dei vincitori. In realtà è difficile che Kiev possa vincere totalmente, ma riesce a non perdere e, per usare un’espressione usata nello sgradevole confronto tra Trump e Zelensky del febbraio 2025 alla Casa Bianca, adesso l’Ucraina ha le carte. Questo contribuisce a spiegare il nuovo positivo sostegno che Washington fornisce a un paese che sta diventando un laboratorio di innovazione militare, non più solamente un questuante destinatario di assistenza, ma anche una ricercata fonte in grado di fornire esempi. Ad Ankara sono stati quindi riaffermati in modo più netto rispetto alla dichiarazione approvata un anno fa al vertice dell’Aja il sostegno all’Ucraina ed anche l’importanza dell’articolo 5. È un aspetto che riguarda la principale ragione costitutiva dell’Alleanza, legata alla difesa collettiva tramite un impegno nella deterrenza e difesa e quindi la crescita degli oneri per la nostra sicurezza con maggiori responsabilità per gli europei (burden sharing e burden shifting).

È importante che sia stata confermata la visione necessaria per affrontare insieme le sfide globali, riconoscendo come ormai non esistono teatri che possano essere considerati separatamente. È evidente il legame tra la guerra di aggressione in Ucraina, il grappolo di conflitti che da anni si intrecciano in Medio Oriente e le tensioni che potrebbero esplodere in Estremo Oriente. I russi si sono avvalsi di droni iraniani, tecnologie cinesi e soldati ed armi della Corea del Nord. Mosca sostiene l’Iran e la Cina, ma ha perso l’importante ruolo di cui godeva in Siria. La Cina guarda ai conflitti in Europa e Medio Oriente anche per guadagnare posizioni nella propria sfera regionale dove le tensioni si estendono dalla penisola coreana allo Stretto di Taiwan e al Mare della Cina Meridionale. Le sfide riguardano ormai anche il Nord, l’Atlantico, l’Indo-Pacifico, le rotte, le catene del valore e i minerali critici. Temi, questi ultimi, che sono fondamentali per la nostra sicurezza economica e sono stati sottolineati dalla Presidente del Consiglio italiana. In definitiva, si procede sulle linee indicate dal nuovo Concetto Strategico adottato nel vertice di Madrid del 2022: la NATO resta un’Alleanza regionale per definizione e per statuto delimitata allo spazio euroatlantico), ma deve avere una visione globale.

Ad Ankara è stato pertanto confermato un approccio a 360 gradi. Dall’indivisibilità delle sfide deve discendere un impegno che porti al superamento di contrapposizioni non adeguate alla realtà, quali il falso contrasto tra le esigenze del fianco Sud, che ovviamente è di maggiore interesse italiano, con quelle del fianco Est. È stato importante il lavoro svolto negli ultimi anni per evitare che approcci per compartimenti stagni finissero inevitabilmente per privilegiare le minacce più manifeste come quelle riguardanti gli alleati dell’Est. Oggi non solo le sfide provenienti dal Sud, dal terrorismo ai conflitti mediorientali ai traffici e tensioni in Africa, sono legate a presenze della Russia ed altri avversari, ma sono sempre più evidenti i rischi dell’estremo Nord derivanti dalla crescente militarizzazione dell’Artico. C’è una corsa all’Artico rispetto alla quale le dichiarazioni provocatorie di Trump sulla Groenlandia sono una conseguenza più che una causa degli appetiti economici e strategici giustificati anche dalle prospettive di un accesso più facile derivanti anche dal cambiamento climatico. A sua volta l’apertura del fianco Nord potrebbe comportare rischi per adesso remoti, ma potenzialmente esplosivi, su un futuro fianco Ovest rispetto all’Europa. Nei comandi alleati è sempre più presente la sfida di un accesso all’Atlantico della Nord attraverso i varchi tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito (GIUK). Una sfida adesso difficile da immaginare, ma che potrebbe essere strategicamente molto grave, soprattutto se ricordiamo che nel XX secolo due grandi guerre europee sono diventate mondiali con l’intervento americano dovuto alle minacce tedesche ai collegamenti tra Europa e Nord America. Per questo dovremo continuare a seguire con attenzione le sfide securitarie dell’Artico. L’Italia con la sua nuova strategia interministeriale per l’Artico presentata nel gennaio 2026 e con l’impegno politico del Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, lo sta facendo anche grazie all’apporto delle nostre Forze Armate (tra l’altro con le campagne di nave Alliance) e coltivando l’unità tra europei così come il loro rapporto con il Canada per fronteggiare le pretese di Trump sulla Groenlandia. Si tratta di una questione che rischia di danneggiare gravemente la coesione della NATO, ma che si può d’altra parte risolvere proprio grazie all’azione dell’Alleanza nel fornire sicurezza nei grandi spazi artici. Inoltre, come ha rilevato Giorgia Meloni, un impegno a 360 gradi non può essere solo geografico, ma deve intrecciarsi con le grandi sfide tematiche simultaneamente legate all’innovazione, all’economia e alla sicurezza: come è il caso della sicurezza delle infrastrutture critiche e di filiere produttive condizionate dal quasi monopolio cinese su alcuni minerali critici. Sono osservazioni che valgono in generale per il contesto economico del XXI secolo, ma hanno un valore specifico riguardo a quella che si p definire la rivoluzione industriale della difesa rispetto alla quale la sostenibilità della capacità produttiva è cruciale. Il fattore tempo, e quindi la tenuta psicologica e industriale, è fondamentale di fronte a conflitti di durata imprevedibile, lo vediamo per l’Ucraina e nella guerra del Golfo. La Nato si trova quindi di fronte a una sfida nuova: quella di operare all’interno di sistemi complessi caratterizzati da interdipendenze crescenti. La distinzione tra sicurezza militare, economica, tecnologica e cognitiva tende a dissolversi.

Il ruolo dell’Italia, con quello degli altri Paesi europei, è destinato a crescere. Abbiamo accettato non soltanto maggiori spese, ma anche maggiori responsabilità. Non si può pretendere di bruciare le tappe, ma è necessario rispettare gli impegni assunti. L’Italia è del resto il maggior contributore in termini di personale (circa 3000 militari) alle missioni alleate. Non possiamo infatti ridurre il tema della condivisione degli oneri a mere cifre contabili e del resto i precedenti impegni in tal senso, assunti al vertice del Galles del 2014, includevano opportunamente, oltre agli obiettivi di spesa anche quelli di contributi di capacità operative. L’Italia inoltre possiede un valore aggiunto politico, industriale e strategico: la penisola è il punto di raccordo dell’Europa continentale verso l’Indo-Pacifico e verso l’Africa, il continente del futuro. In questo quadro si inserisce anche il Piano Mattei ed il crescente impegno nel grande spazio ormai finalmente definito Indo-Mediterraneo, che definisce rotte vitali per la nostra economia. È un ruolo che è stato anche portato avanti con l’ostinato impegno a preservare l’unità dell’Occidente, in particolare tramite l’Alleanza che ne è l’espressione più strutturata. Un impegno, sempre sottolineato da Meloni così come dai Ministri Tajani e Crosetto, nonostante tutto, perché non possiamo essere ingenui sulle difficoltà del quadro politico internazionale, anche tra alleati. Ma così come è accaduto ad Ankara, i toni di alcune dichiarazioni, come quelle ricorrenti del presidente americano, non possono oscurare l’impegno politico per l’unità di un’Alleanza di paesi liberi e non a sovranità limitata, come avveniva per i Patto di Varsavia. L’unità, del resto, è la nostra arma migliore.

Dopo il vertice Nato siamo dunque al giro di boa del 2026. A settembre si riprende con l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per concludere l’anno col G20 americano, in mezzo il vertice dell’APEC ospitato in Cina.

Il 22-28 settembre New York ospiterà la riunione ad alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Come al solito, sarà accompagnata da commenti, condivisibili, relativi all’inefficacia della maggiore organizzazione multilaterale del pianeta. Eppure, se l’Onu non esistesse si dovrebbe inventare. La riprova si avrà anche quest’anno, quando centinaia di capi di Stato e di governo comunque affolleranno Manhattan per pronunciare i loro discorsi nella grande sala spesso semivuota e distratta. È opportuno che una volta all’anno ogni Stato del mondo indichi in modo ufficiale le proprie posizioni e priorità internazionali e nessuno rinuncia ad una girandola di colloqui utili a tutti, anche ai governanti che denigrano l’Onu.

Poi mi pare necessario menzionare il Vertice dei leader dell’APEC che la Cina ospiterà il 18-19 novembre 2026 nella città simbolo dell’innovazione di Shenzhen, nel Guangdong, cuore dell’ecosistema tecnologico cinese. Sarà un vertice di rilievo che, per ragioni oggettive di natura geografica, non include l’Italia, ma riunirà i leader delle 21 economie dell’Asia-Pacifico. Rappresente un’importante occasione per discutere di cooperazione economica, intelligenza artificiale, innovazione e trasformazione digitale. L’eventuale presenza di Donald Trump sa significativa, soprattutto alla luce del discorso pronunciato da Xi Jinping in occasione della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai del luglio 2026 con cui ha presentato secondo la propria narrativa la Cina non solo come motore di produzione e innovazione nell’IA, ma anche come attore responsabile nella costruzione di un sistema normativo sul tema.

A chiudere l’anno sarà il vertice del G20, in programma il 14 e 15 dicembre a Miami. Media russi e statunitensi riportano indiscrezioni secondo cui Donald Trump starebbe valutando la possibilità di invitare Vladimir Putin: un’ipotesi che rappresenterebbe uno dei principali elementi di interesse politico del vertice.

Di certo, da qui alla fine dell’anno accanto al calendario dei vertici in programma, abbiamo una realtà internazionale fatta di continui ed imprevedibili cambiamenti. L’instabilità è la nuova normalità. Meglio abituarsi subito a convivere con una situazione destinata a durare a lungo. Meglio per noi europei comprendere subito il senso della regola fondamentale dello Specchiomondo: nel racconto Alice oltre lo specchio di Lewis Carroll del 1871, la Regina rossa spiega ad Alice che:

in questo Paese, come vedi, si deve correre più forte che si può per restare nello stesso posto. Se si vuole andare da qualche altra parte, si deve correre almeno due volte più forte di così!

La frase cattura l‘essenza della dinamica competitiva strategica, dove una nazione deve investire intensamente (correre al massimo) semplicemente per mantenere il proprio status quo, contro la pressione degli avversari o le dinamiche di mercato, mentre per “andare da qualche altra parte (cioè, ottenere un vantaggio strategico) non basta solo sforzarsi di più, ma è necessaria una discontinuità (“correre almeno due volte più forte).

*Distiguished Visiting Fellow Fondazione CSF

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