Emily Tasinato / 28 maggio 2026
Commento n. 036 NS/2026
Esercitare e istituzionalizzare il controllo nello Stretto di Hormuz rappresenta un obiettivo strategico-militare iraniano di lunga data e uno dei principali elementi di continuità della politica estera del paese prima e dopo la rivoluzione islamica del 1979. Durante la terza conferenza delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS-III; 1973-1982), rivendicazioni di carattere securitario, ovvero il diritto di sospendere la libertà di navigazione internazionale laddove la sicurezza del paese risulti minacciata, hanno contraddistinto la linea negoziale tanto della monarchia dei Pahlavi quanto del regime degli Ayatollah. La mancata ratifica da parte di Tehran dell’UNCLOS e la contestazione del “passaggio in transito” quale nuovo regime normativo per garantire la libertà di navigazione negli stretti internazionali hanno reso la regolamentazione di Hormuz––che ha la peculiarità di rientrare nelle acque territoriali dell’Iran e dell’Oman nel suo tratto più stretto––un vero e proprio dilemma normativo, trasformandolo in un perenne spazio di contesa.
La realtà marittima è uno spazio fisico e, in quanto tale, intrinsecamente politica e costantemente plasmata dalla percezione della minaccia. Hormuz non fa eccezione. Attorno al tentativo di “iranizzazione” di tale braccio di mare, l’Iran ha tradizionalmente giocato una partita centrale a tutela della propria integrità territoriale. La stessa sovranità sulle isole situate in prossimità dell’imboccatura dello Stretto—Abu Musa, Greater e Lesser Tunbs—il cui status giuridico continua a essere oggetto di una controversia legale con gli Emirati Arabi Uniti (EAU), e i territori insulari di Hormuz, Larak, Qeshm e Hengam diventano, pertanto, funzionali alla creazione di una sorta di ‘arco di difesa’ iraniano nel Golfo inferiore. A seguito degli attacchi coordinati israeliani e statunitensi contro l’Iran, iniziati lo scorso 28 febbraio, la trasformazione dello Stretto in uno dei principali epicentri della guerra ha rappresentato una conseguenza “fisiologica” della logica del conflitto con Washington. L’attuale postura iraniana di controllo, coercitivo, delle rotte marittime che attraversano Hormuz e di divieto di transito per le navi non autorizzate––una chiusura de facto dello Stretto––risponde a tale logica securitaria. In quanto unica porta d’accesso al mare Persico semi-chiuso, presidiare lo Stretto di Hormuz significa controllare l’intera area del Golfo, inclusa ogni minaccia regionale ed extra-regionale. In questa prospettiva, è nella geografia stessa dello Stretto, ancor prima che nel suo ruolo di principale arteria marittima del commercio energetico globale, che si rintraccia il suo valore strategico più profondo.
Tale constatazione non intende in alcun modo ridimensionare la strumentalizzazione da parte iraniana dell’asset Hormuz quale leva economica per esercitare pressione sulla comunità internazionale e colpire quella che è, a tutti gli effetti, una vulnerabilità strutturale al centro dell’economia globale. La minaccia di bloccare la navigazione internazionale in tale Stretto è una carta che la Repubblica Islamica ha utilizzato costantemente fin dalla sua nascita. A partire dagli anni ’90, Hormuz diventa il teatro di una guerra soprattutto psicologica, gravitante attorno alle continue intimidazioni iraniane di chiudere lo Stretto, alle tattiche di guerra navale asimmetriche che sfruttano la favorevole posizione geografica del paese, e alle esercitazioni militari per mostrarsi come una minaccia credibile agli occhi dell’intera comunità internazionale. Una retorica che si intensifica durante la “crisi di Hormuz” del 2019, all’indomani del ritiro degli Stati Uniti, nel 2018, dal Joint Comprehensive Plan of Action e dell’avvio della politica trumpiana della ‘massima pressione’ nei confronti del regime. In risposta alle imminenti sanzioni di Washington contro le esportazioni di petrolio iraniano, l’affermazione dell’allora comandante in capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Mohammad Ali Jafari, “We will make the enemy understand that either all can use the Strait of Hormuz or no one” racchiude il senso più profondo della minaccia iraniana.
Sullo sfondo dell’attuale conflitto, la chiusura de facto di Hormuz da parte di Tehran ha, pertanto, segnato un passaggio qualitativo rispetto alla tradizionale funzione di deterrenza dello Stretto––incentrata sull’amplificazione dei costi percepiti dinanzi al rischio di interruzione del traffico marittimo. Ha determinato la più grave interruzione delle forniture mai registrata, spingendo gli stati arabi del Golfo a diversificare le rotte ed esplorare soluzioni alternative di transito. Tuttavia, si tratta di misure di mitigazione di tale vulnerabilità strutturale, poiché, per la stessa configurazione geografica della domanda di greggio––il baricentro del consumo è l’Asia, non l’Europa o gli Stati Uniti––lo Stretto non è sostituibile. In tale quadro, l’aspetto più significativo è il tentativo iraniano di codificare nuove regole di ingaggio lungo Hormuz non come leva negoziale per concessioni contingenti ma come tassello centrale di una più ampia ridefinizione dell’architettura regionale nella fase post-bellica. La stessa scelta deliberata di optare per una restrizione selettiva del transito marittimo anziché per un blocco completo è sintomatica di una strategia di più ampio respiro.
L’istituzione del Persian Gulf Strait Authority quale nuovo organismo governativo volto a disciplinare il traffico navale lungo un nuovo corridoio designato, insieme alla recente definizione dei confini dell’area di supervisione a est e ovest di Hormuz––una zona di controllo che si estende nelle acque territoriali degli EAU e dell’Oman––riflette la posizione consolidata a Tehran secondo cui qualsiasi accordo preliminare con gli Stati Uniti non comporterà il ripristino dello status quo pre-bellico nello Stretto. L’obiettivo è, difatti, impedire che tale braccio di mare venga gestito da attori esterni e istituzionalizzare un nuovo meccanismo di controllo sovrano––anche attraverso accordi, più o meno formali, con l’altro paese affacciato sullo Stretto, l’Oman, per coordinare il transito delle navi. L’enfasi sulla cooperazione con Muscat risponde a una logica pragmatica, ovvero alla consapevolezza che qualsiasi tentativo di codificazione, più o meno formale, di nuove regole di governance nella fase post-bellica risulterebbe difficilmente sostenibile in assenza di un ruolo politico-diplomatico del Sultanato. Gli interessi e le priorità di Muscat sono storicamente legati alla garanzia della stabilità e della libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, nonché agli sforzi per avviare un dialogo costruttivo tra le due sponde del Golfo. Dal punto di vista militare-strategico, il solo mantenimento dell’‘arco di difesa’ iraniano si dimostrerebbe efficace nel breve termine per negare l’accesso e aumentare i costi di transito, ma non sufficiente nel lungo termine per un controllo effettivo delle rotte.
L’incompatibilità tra le rivendicazioni inclusive di libertà di navigazione avanzate dai paesi arabi del Golfo e dalla comunità internazionale e la visione iraniana di una gestione securitaria dello Stretto di Hormuz rende estremamente difficile raggiungere un accordo definitivo sul futuro assetto di tale braccio di mare. Più realisticamente, l’esito negoziale potrebbe tradursi nell’elaborazione di una formula politica deliberatamente ambigua, al fine di disinnescare l’escalation, senza tuttavia affrontare nel merito la questione dello status normativo nello Stretto. Tehran e Washington sono interessati a rivendicare una forma di vittoria politica, mentre le monarchie arabe del Golfo vogliono consolidare una narrazione di attori responsabili, impegnati sul piano diplomatico nel contenimento della crisi regionale a tutela della navigazione e delle forniture energetiche globali. Sullo sfondo di un’eventuale intesa preliminare tra Tehran e Washington––che tenga realmente conto degli interessi dei paesi arabi del Golfo––la traiettoria potrebbe orientarsi verso una forma di cooperazione selettiva a garanzia della sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, l’attuale conflitto ha aggravato una frattura irrisolta che continua a ostacolare la trasformazione della regione in uno spazio di sicurezza condivisa. Qualsiasi formula temporanea non aprirà di certo la strada a un dialogo costruttivo su una nuova architettura regionale autoctona. Già nel 2019, l’iniziativa iraniana Hormuz Peace Endeavor— fondata sull’idea che la stabilità dello Stretto dovesse poggiare su una responsabilità collettiva regionale—aveva mostrato tutti i suoi limiti. Tehran non era allora, e appare ancor meno oggi, nella posizione di proporsi come attore credibile per promuovere un dialogo costruttivo orientato a una nuova stabilità condivisa. Sebbene il conflitto abbia evidenziato la vulnerabilità strutturale dell’assetto securitario su cui le monarchie del Golfo hanno finora fatto affidamento, Abu Dhabi, Doha, Riyadh e le altre capitali arabe del Golfo non ripenseranno la partnership di difesa con gli Stati Uniti alle condizioni dettate da Tehran. I recenti attacchi iraniani contro infrastrutture critiche e obiettivi civili nel Golfo hanno infatti aggravato il clima di sfiducia, rafforzando ulteriormente la percezione di Tehran quale principale minaccia alla sicurezza del Golfo Arabo. In questo contesto, Hormuz continua a rappresentare al tempo stesso la manifestazione geopolitica più concreta e il simbolo più evidente di tale vulnerabilità regionale.
*Visiting Fellow Fondazione CSF

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