Adriana Castagnoli / 23 gennaio 2026
Commento n. 025/2026 NS
La decomposizione dell’ordine internazionale è una dinamica ricorrente nella storia del sistema globale. Le transizioni negli assetti di potere a livello mondiale sono spesso accompagnate da profondi mutamenti economici, da rivalità ideologiche e da una progressiva erosione della fiducia nelle strutture di potere consolidate.
L’attuale fase di riconfigurazione degli equilibri globali si distingue, innanzitutto, perché gli Stati Uniti, potenza egemone che nel secondo dopoguerra ha contribuito in misura decisiva a plasmare l’ordine mondiale liberale, perseguono oggi una strategia di revisione di quell’ordine, analogamente a potenze rivali come Russia e Cina. La postura revisionista dell’amministrazione Trump nei confronti dell’ordine internazionale pone un interrogativo cruciale: se, e fino a che punto, un ordine in declino possa essere riformato.
L’uso di analogie storiche è sempre rischioso; tuttavia, all’inizio degli anni Settanta, la risposta del presidente Nixon al declino relativo della leadership statunitense anticipa, per certi aspetti, l’azione politica di Donald Trump. Entrambi i leader hanno cercato di convincere gli alleati e in primis l’Europa a contribuire di più, sia militarmente che economicamente. Nixon e Kissinger ricalibrarono un equilibrio di potenza favorevole agli Stati Uniti attraverso l’apertura alla Cina, sfruttando la frattura sino-sovietica per migliorare la posizione relativa di Washington. La politica dell’amministrazione Nixon, che contemplò anche la decisione di sospendere unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro (1971), contribuì a rafforzare nel breve periodo la posizione relativa degli Stati Uniti, ma al prezzo di effetti a lungo termine sulle alleanze con l’Europa occidentale e l’Asia nordorientale, mettendo sotto stress la coesione del blocco occidentale.
Un nuovo assetto del potere mondiale costituisce adesso l’obiettivo della seconda amministrazione Trump, la cui strategia mira ad avvicinare la Russia di Putin agli Stati Uniti per indebolire l’intesa strategica tra Mosca e Pechino. Ma, come osserva il politologo John J. Mearsheimer (Bound to Fail: The Rise and Fall of the Liberal International Order, 2019), nella politica globale "ordine non significa pace e stabilità".
“Tutto è diventato sicurezza nazionale, e la sicurezza nazionale è diventata tutto”, per dirla con le parole del politologo Daniel W. Drezner. Quanto più le élite al potere hanno una visione pessimistica del futuro, tanto più la sicurezza tende a farsi totalizzante. La competizione geopolitica contempla una crescente integrazione tra obiettivi di sicurezza nazionale e politica economica: sia per governare le dipendenze critiche nelle catene del valore e nella finanza globale — poiché, come osserva Albert O. Hirschman, l’interdipendenza economica, quando è asimmetrica, genera relazioni di influenza e potenziali leve di pressione — spingendo i Paesi a sviluppare strategie anti-coercizione; sia per un rafforzamento dell’indirizzo politico sull’attività d’impresa, cui viene richiesto di perseguire priorità di sicurezza, energia e valori oltre alla remunerazione degli azionisti. Un capitalismo di Stato con caratteristiche americane può, da un lato, aggirare i vincoli che i meccanismi istituzionali impongono all’esecutivo e, dall’altro, fungere da strumento di controllo politico; come dimostra il ricorso a decreti e poteri normativi da parte dell’amministrazione Trump per intimidire attori economici e mediatici ritenuti ostili (si pensi alla minaccia di ritirare le licenze alle reti tv), favorendo invece quanti si sono allineati.
Il potere è sempre più misurato ed esercitato mediante strumenti di coercizione economica; di conseguenza, per le élite al potere è aumentata l’importanza strategica del nesso tra sicurezza nazionale e sicurezza economica. Questioni di sicurezza nazionale sono funzionali anche alla narrazione di Donald Trump che, in nome di una rinominata Dottrina Donroe, torna a considerare l’emisfero occidentale come “cortile di casa” rivendicando il controllo del Venezuela e del Canale di Panama, l’acquisizione della Groenlandia, l’annessione del Canada.
Le due principali potenze con prerogative di leadership per ridefinire l’ordine globale, Stati Uniti e Cina, si fronteggiano e hanno avviato una rinegoziazione incerta delle relazioni e delle regole internazionali. L’UE, pur avendone le risorse, ha sinora fallito i test di coerenza, compattezza e scopo, mostrando di non possedere la volontà per agire come attore ordinante nella politica mondiale. Per l’UE è inquietante che Washington, Mosca e Pechino siano altrettante potenze revisioniste che stanno cercando un cambiamento radicale dell’ordine esistente.
L’Occidente politico ora è diviso: da un lato gli Stati Uniti, più inclini a scelte unilaterali e alla leva coercitiva economica o militare verso i paesi più deboli; dall’altro l’Europa e altri partner, più orientati al multilateralismo, ma frammentati tra loro. La frattura dirimente, come si evince dalla National Security Strategy della Casa Bianca, non è transatlantica: è ideologico-culturale e divide liberali e illiberali su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il fondamento del dominio è la legge del più forte, might-is-right.
Eppure, con la demolizione dello status quo arrecata da Trump e il progressivo consolidarsi di un mondo frammentato, l’Europa ha l’opportunità strategica di costruire da sé un sistema multilaterale a blocchi, mini-laterale o plurilaterale, di libero scambio o ciò che l’Europa ama chiamare un ordine basato sulle regole nell’ambito delle proprie relazioni con il resto del mondo. Anche in passato, la legittimità e il funzionamento dell’ordine globale non sono dipesi esclusivamente dalla strategia delle grandi potenze, quanto dall’ampia adesione delle medie potenze e da un diffuso sostegno sovente esterno alle strutture governative. In uno scenario di potere economico più regionalizzato e con un potere relativo in diminuzione, il governo degli Stati Uniti avrà difficoltà a imporre la propria volontà in ogni scacchiere del mondo, soprattutto contemporaneamente.
L’impegno per la globalizzazione e l’ordine liberale avevano fatto degli Stati Uniti una Repubblica globale, la fine dell’ordine liberale e l’IA la stanno trasformando in una Repubblica tecnologica militarmente connotata. Il paradigma securitario applicato alla scienza, sostenuto da tecno-imprenditori ed esponenti politici vicini a Trump, sta innescando l’avvio di un nuovo insieme di princìpi di governance della relazione fra Stato e società.
La tecnologia non è neutrale rispetto ai valori quando si tratta di IA. La storia insegna che guerra, pace, commercio, ordine politico, cultura sono sempre stati fondamentalmente interconnessi con la tecnologia. Ordine politico, potere e tecnologie sono profondamente concatenati (si pensi al progetto di difesa Golden Dome). Le armi costituiscono tecnologie nevralgiche per il potere esercitato dagli Stati nazionali. L’introduzione di nuove tecnologie critiche produce conseguenze politiche rilevanti e può contribuire a indebolire la robustezza degli Stati nazionali democratici.
Quando l’uso del potere è scollegato dai valori, il risultato può essere il caos e la frammentazione su scala globale. La celebre riflessione di Antonio Gramsci, nei suoi Quaderni del carcere, sul periodo tra le due guerre mondiali come un’epoca di transizione, in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati» è particolarmente adatta e pertinente a rappresentare lo stato attuale del sistema internazionale.
*Storica dell’economia - Università di Torino, analista di geoeconomia per Il Sole 24 Ore

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