Commento n. 021/2026 NS
Il recente e discusso intervento militare statunitense in Venezuela, culminato nell’arresto del presidente Nicolàs Maduro, non costituisce un evento isolato bensì un potente catalizzatore simbolico di dinamiche sistemiche più profonde. Al di là della sua ricostruzione fattuale, l’episodio si inserisce in un contesto internazionale già segnato da una progressiva erosione delle norme che hanno regolato l’ordine liberale a partire dal secondo dopoguerra e da un rinnovato ricorso alla forza come strumento ordinario di politica estera.
In questa prospettiva, il caso Venezuela assume un valore analitico non tanto per ciò che rivela sulla politica estera statunitense, quanto per le implicazioni che esso ha sul piano delle narrazioni dominanti circa la natura del sistema internazionale (SI). Esso contribuisce, infatti, a rafforzare l’idea secondo cui il ritorno della politica di potenza rappresenterebbe un esito inevitabile, se non necessario, delle relazioni internazionali contemporanee. Una narrazione che colpisce direttamente anche l’Unione europea (UE), attore che ha costruito la propria identità esterna sull’ambizione di superare, e non semplicemente gestire, l’anarchia internazionale.
Una parte significativa della letteratura ha interpretato la politica estera dell’UE come una forma di structural foreign policy, vale a dire come un’azione esterna orientata alla trasformazione delle strutture profonde del sistema internazionale piuttosto che alla massimizzazione di vantaggi relativi nel breve periodo. In questa lettura, l’UE non si limita a reagire agli stimoli dell’ambiente internazionale, ma mira a modificarne le condizioni di fondo attraverso strumenti normativi, istituzionali ed economici. La promozione dei cosiddetti collective and other-regarding interests – stabilità, cooperazione, sviluppo sostenibile, tutela dei diritti umani – costituisce il tratto distintivo di questo approccio. La preferenza per il multilateralismo, il diritto internazionale e l’integrazione regionale riflette una concezione delle relazioni internazionali come spazio potenzialmente governabile e non come arena irrimediabilmente dominata dalla competizione anarchica. È in questo quadro che si collocano concetti ed etichette quali “potenza normativa”, “forza gentile”, “potenza civile” e “potenza tranquilla”, che non rinviano semplicemente a una presunta debolezza strategica dell’Unione, ma a una precisa scelta politica e culturale, profondamente radicata nell’esperienza storica europea del Novecento.
Nondimeno, a partire dai primi anni Duemila, tale paradigma è stato oggetto di una crescente contestazione. L’emergere di nuove potenze, la crisi del multilateralismo e il progressivo indebolimento del ruolo statunitense come garante dell’ordine liberale hanno alimentato una retorica che invita l’UE a diventare adulta. Secondo l’accezione prevalente, il richiamo a divenire adulta viene spesso inteso come capacità di adattarsi a un mondo nuovamente dominato dalla logica della potenza, accettandone, di conseguenza, i presupposti realistici e rafforzando, pertanto, gli strumenti militari e coercitivi. In questa direzione è opportuno citare, a titolo esemplificativo, la richiesta perentoria da parte del governo di Washington D.C. di incrementare la spesa militare in percentuale del PIL in ciascuno dei paesi europei appartenenti alla Nato.
Tuttavia, la narrazione, che si sta via via consolidando, presuppone implicitamente che l’anarchia internazionale produca necessariamente dinamiche di conflitto e di competizione. Il dilemma della sicurezza e la progressiva securitizzazione delle relazioni internazionali vengono così presentati come fenomeni naturali e inevitabili, sottratti alla sfera della scelta politica.
Alla naturalizzazione delle relazioni internazionali può fare da contraltare un approccio di tipo costruttivista; infatti, secondo il Costruttivismo, il SI non è il prodotto di leggi immutabili e sempiterne, bensì il risultato di pratiche sociali, interazioni ripetute e cornici normative condivise. Identità, interessi e percezioni di minaccia alla sicurezza nazionale non precedono l’interazione, ma si formano al suo interno. La celebre affermazione di Alexander Wendt secondo cui l’anarchia è ciò che gli Stati ne fanno assume, in questo senso, un significato che va ben oltre la polemica teorica con il Realismo strutturale. Essa richiama l’attenzione sull’agency degli attori e sul carattere profondamente politico delle interpretazioni attraverso cui l’anarchia viene vissuta e istituzionalizzata. L’anarchia non impone di per sé una logica di competizione esistenziale; al contrario, essa può essere declinata in forme sia cooperative sia conflittuali, a seconda delle aspettative reciproche e delle narrazioni dominanti.
Al pensiero di Wendt si può aggiungere la riflessione di Gramsci sul ruolo dell’egemonia culturale. Quando Gramsci osserva che non vi è nulla di più politico della lente attraverso la quale guardiamo il mondo, egli mette in luce come ciò che appare “naturale” o “inevitabile” sia spesso il prodotto di una specifica costruzione discorsiva. Applicata alle relazioni internazionali, questa prospettiva consente di interpretare il ritorno della politica di potenza non come un destino ineluttabile, bensì come l’esito di un’egemonia narrativa che tende a depoliticizzare le scelte e a restringere l’orizzonte del possibile. La crescente securitizzazione delle narrazioni politiche contribuisce a rafforzare tale egemonia, rendendo cognitivamente plausibile e politicamente legittima l’idea che l’uso unilaterale della forza costituisca una risposta necessaria alle incertezze del SI. In questo modo, la politica di potenza viene giustificata e, soprattutto, naturalizzata.
In questo contesto l’azione statunitense in Venezuela assume una rilevanza che travalica il singolo caso. Se è vero che gli Stati Uniti hanno più volte, in passato, aggirato il diritto internazionale perseguendo i propri interessi manu militari, è altrettanto vero che la reiterazione di tali pratiche contribuisce a erodere la credibilità del multilateralismo come meccanismo di produzione di beni pubblici globali. La pace, la sicurezza collettiva e la protezione dell’ambiente appaiono sempre meno garantite da istituzioni internazionali percepite come inefficaci e contestualmente cresce una diffusa sfiducia nella capacità dell’ordine liberale di mantenere le proprie promesse. Basti leggere un articolo pubblicato il 5 gennaio 2026 dal Wall Street Journal dal titolo piuttosto evocativo, vale a dire The International Law illusion in Venezuela; nel testo si legge: “Sarebbe bello pensare di vivere in un giardino wilsoniano, dove la legge governa i rapporti tra le nazioni. Non è così. […] L’unica difesa contro i regimi canaglia globali è la deterrenza della forza militare occidentale. […] E la dimostrazione di sangue freddo e capacità militare degli Stati Uniti farà più di mille risoluzioni dell’ONU per proteggere il mondo libero e indurre Russia, Cina e Iran a riflettere due volte.” Tale clima favorisce il ritorno di nazionalismi e sovranismi e rafforza la tentazione di soluzioni unilaterali, alimentando così una spirale di insicurezza reciproca.
Dunque, nell’attuale configurazione del SI l’UE si trova di fronte a un bivio cruciale. Da un lato, può scegliere di adeguarsi all’attuale gestione dell’anarchia, accettando la logica della politica di potenza e mettendo progressivamente in discussione le basi normative del proprio progetto di integrazione. Dall’altro, può riaffermare la desiderabilità del progetto europeo e investire nella costruzione di una vera comunità politica dotata di una politica estera autenticamente europea. Come osservò Tommaso Padoa-Schioppa, l’UE rappresenta “la dimostrazione che la società umana può, con mezzi pacifici, passare dallo stato di natura alla civiltà, anche in un campo – i rapporti tra Stati sovrani – nel quale quel passaggio non era ancora riuscito”. Questa affermazione richiama il nucleo più radicale dell’esperimento europeo: la possibilità di trasformare l’anarchia attraverso istituzioni condivise e norme vincolanti.
Nel proseguire lungo la seconda via, l’UE deve certamente diventare adulta, ma non nel senso di abbandonare la propria specificità normativa. Il richiamo a divenire adulta implica piuttosto una piena consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità, nonché l’assunzione di una postura coerente con la propria natura di comunità politica post-vestfaliana. Come rileva Finizio, una politica estera propriamente europea dovrebbe consentire all’Unione di proiettarsi sul SI al fine di “modificare la struttura anarchica delle relazioni internazionali in senso pacifico e democratico”. In termini costruttivisti, ciò significa anche investire nella capacità dell’UE di produrre e diffondere interpretazioni alternative dell’ordine globale, opponendosi alla progressiva egemonia delle narrazioni securitarie e fataliste.
Gramsci e Wendt insegnano, in definitiva, che la configurazione del SI dipende in larga misura da come gli attori decidono di guardare il mondo e da ciò che scelgono di fare dell’anarchia. Non vi è nulla di inevitabile nel ritorno della politica di potenza: esso è il risultato di scelte politiche, economiche e istituzionali.
L’Unione europea costituisce la prova storica che, laddove esistano lungimiranza politica e volontà collettiva, è possibile costruire forme di convivenza internazionale pacifiche e fondate su regole condivise. In un contesto segnato da tensioni e conflitti, la sfida dell’UE non è quella di rinnegare la propria identità, ma di tradurla in una capacità di azione più coerente e incisiva, mantenendo aperto lo spazio del possibile contro il ritorno del gioco a somma zero.
*Junior Visiting Fellow FCSF

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