Ue - Mercosur: l’Intesa è fatta

Ue - Mercosur: l’Intesa è fatta

Commento n. 020/2026 NS

L’intesa è fatta. L’accordo di libero scambio con il blocco sudamericano Mercosur approvato il 9 gennaio rappresenta per l’Europa una nuova linfa vitale, un vero e proprio certificato di esistenza in vita, e una risposta secca ai dazi globali e predatori unilateralmente raddoppiati da Donald Trump. Ma non solo. È anche un chiaro colpo geopolitico contro l’espansionismo commerciale cinese e, più in generale, asiatico. Ed è una rilevante opportunità economica, grazie all’eliminazione programmata di 4,6 miliardi di euro l’anno di dazi sulle esportazioni dell’UE verso il Sud America.

Dopo 25 anni di negoziati, il patto spalanca all’Unione le porte di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay: mercati i cui consumatori e le cui imprese nel 2025 hanno acquistato beni e servizi europei per un valore di 100 miliardi di euro. Con le necessarie garanzie e salvaguardie fissate da Bruxelles per l’agricoltura, esso segna un passo cruciale verso un cambio di passo nello sviluppo continentale. Ci si potrebbe lamentare del tempo perso, ma sarebbe inutile, come sempre. Meglio dedicare ogni energia allo studio e allo sviluppo delle opportunità di affari che ora possono essere costruite a beneficio di un’economia continentale che non rende quanto potrebbe — o dovrebbe.

Si tratta del più grande accordo commerciale mai concluso dall’Ue. Il Mercado Común del Sur, o Mercosur (Mercato Comune del Sud), è stato istituito nel 1991. Sebbene solo Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay aderiscano all’intesa, il blocco comprende anche la Bolivia. Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Panama, Perù e Suriname sono paesi associati. Il Venezuela, già membro a pieno titolo, è sospeso dal 2016. Secondo le statistiche del Mercosur, nel 2023 il suo PIL è stato di 5,7 trilioni di dollari, il che definisce il blocco come la quinta economia mondiale. Nel 2024 la popolazione era di 295 milioni di persone.

Per l’Unione europea, la logica è lineare. Entro 15 anni, il Mercosur eliminerà i dazi sul 91% delle esportazioni dell’UE, inclusi l’attuale 35% sulle automobili, il 27% sul vino, il 28% sui prodotti lattiero-caseari e il 35% sui superalcolici. Saranno aboliti anche i dazi su pasta e prodotti da forno — settori del Made in Italy molto richiesti nei Paesi latinoamericani, dove la classe media cresce rapidamente e chiede qualità. Dal prosecco ai rigatoni, dalle attrezzature tecniche agli aeroplani, i prezzi delle esportazioni europee in Sud America scenderanno. La domanda non potrà che aumentare.

In cambio, l’Unione abolirà i dazi sul 92% dei prodotti del Mercosur, bilanciando la concessione con la tutela di 344 indicazioni geografiche europee: il Parmigiano, per citarne uno, non potrà essere imitato. L’accordo garantisce inoltre la qualità dei nuovi e futuri beni importati: se non rispettano gli standard UE, restano fuori — perché «la salute non è negoziabile», giura la Commissione. Sarà inoltre facilitata la partecipazione agli appalti pubblici, mentre si apre un canale preferenziale per materiali rari come grafite, nichel e manganese, essenziali per accelerare l’innovazione tecnologica — di cui l’UE ha bisogno quanto dell’agricoltura.

Donald Trump non può che esserne irritato. L’Europa entra, a testa alta, in quella che la Casa Bianca definisce il nostro emisfero, che ora sarà un po’ meno loro, dal momento che quattro Paesi piuttosto dinamici potranno commerciare con noi a dazio zero. Insieme, animeremo un’agorà di quasi 800 milioni di persone. Da Washington sono attese reazioni piccate. Anche la Cina è infastidita, sebbene le sue risposte siano generalmente più caute.

L’Ue va avanti. Alla fine ce l’ha fatta — al prezzo di una frattura interna causata dalle proprie fragilità. L’accordo è passato a maggioranza qualificata il 9 gennaio 2026, senza i Paesi che navigano in acque tempestose con maggioranze politicamente deboli o instabili, come Austria, Francia, Irlanda, Polonia e Belgio (astenuti). L’Ungheria ha votato contro, ma Viktor Orbán ormai gioca in una lega euroscettica tutta sua.

A confronto con il giubilo del cancelliere tedesco Friedrich Merz, l’incapacità di Emmanuel Macron di restare in partita macchia tragicamente il suo curriculum di grande europeista: il presidente francese non è riuscito a trovare la forza di convincere agricoltori e opposizioni, timorosi di un afflusso incontrollato di carne bovina sudamericana, che non vi fossero minacce. Non ha avuto altra scelta che dire «No», contro la propria volontà politica e il proprio giudizio. E rischia comunque di cadere.

La presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, era minacciata da problemi simili, dal momento che il suo alleato Matteo Salvini, capo della Lega, è ferocemente contrario al Mercosur e promette battaglia in Parlamento. Ma non se n’è curata e ha perseguito una strategia intelligente, facendo leva su una leadership più solida di quella dell’uomo dell’Eliseo. Ha sempre saputo che il Mercosur fosse un buon accordo («Non ho mai avuto preclusioni ideologiche», ha chiarito nella conferenza stampa di inizio anno), ma non voleva perdere il sostegno di potenti lobby agricole, scettiche — e spaventate — dall’operazione. Per questo ha prima bloccato il dossier, poi ha spinto per un compromesso, assicurandoselo con un’abile manovra contabile.

Il risultato è che, quando entrerà in vigore, ci saranno salvaguardie più robuste per attenuare dubbi — anche legittimi — quando si affronta una rivoluzione. E poi c’è il denaro. Più denaro. L’agricoltura riceverà 45 miliardi di euro anticipati dalle riserve del bilancio UE 2028–2034, rimasto invariato: fondi già assegnati e dirottati da altri settori (Coesione). Pochi hanno prestato attenzione al fatto che il bilancio Ue non è ancora stato finalizzato e che si tratta di promesse tutte da verificare. Ma tant’è. L’accordo Mercosur è fatto. I conti tornano. Questa volta il fine giustifica i mezzi, offrendo all’Europa una salutare iniezione di commercio.

Tutto bene, se non fosse per i numerosi interrogativi che ancora restano. La Francia vuole portare il caso alla Corte di Giustizia. Anche il parlamento europeo, fortemente influenzato dalle lobby, potrebbe votare la prossima settimana un ricorso alla magistratura di Lussemburgo. Nel caso, vorrebbe dire bloccare tutto in attesa di un pronunciamento che in genere richiede fra i 18 e 24 mesi. Sarebbe come dire congeliamo tutto per due anni, mossa che vanificherebbe gli sforzi e le ambizioni di chi, in controtendenza con l’America, continua a credere nei benefici del multilateralismo. Non è una buona notizia, mentre l’Ue cerca di allacciare a zero dazi anche India e Australia. Ma domani è un altro giorno.

*Consigliere Fondazione CSF

Download PDF - Commento n. 020/2026 NS

Centro Studi Federalismo

© 2001 - 2026 - Fondazione CSF - Codice Fiscale 94067130016

Fondazione Compagnia San Paolo
Le attività della Fondazione CSF sono realizzate con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo
Fondazione Collegio Carlo Alberto
Si ringrazia la Fondazione Collegio Carlo Alberto